Colombia, “I morti non parlano”: il libro sugli ultimi settanta anni di storia del Paese latinoamericano

ROMA – La Colombia tradita, metafora del mondo contemporaneo, con i suoi morti – migliaia – e le tante verità taciute torna a chiedere giustizia attraverso un lavoro scrupoloso ed esaustivo. “Qui si parla di un Paese con una costituzione democratica, non di una dittatura militare. Questa annotazione semplice e forse anche ovvia rivela in realtà il grande pozzo nero del nostro tempo”. A scriverlo è Nando Dalla Chiesa, che ha curato la prefazione del libro “I morti non parlano – La guerra infinita in Colombia” di Flavia Famà, edito da Villaggio Maori Edizioni.

Oggi la presentazione. La presentazione, oggi, a Roma alle 17.30 presso la Casa internazionale delle donne. Interverranno, oltre all’autrice, Juan Camilo Zuluaga del Nodo Italia Comisión de la Verdad e Giulia Poscetti del settore internazionale di Libera Associazioni Nomi e Numeri contro le mafie. Sangue, stragi, ingiustizie, violenze, censure, depistaggi, insabbiamenti segnano da oltre 70 anni la storia del Paese latinoamericano. Ciò che non va trascurato, secondo Nando Dalla Chiesa, è che tutto scorre “dentro qualcosa che, per quanto precaria e traballante e impaurita, è pur sempre una democrazia”.

È qualcosa che ci riguarda. Questa consapevolezza Flavia Famà l’ha usata per indagare coniugando la ricostruzione storica a un approccio umano, fatto di solidarietà e impegno civile. C’è una pluralità di interessi in campo: narcotrafficanti, proprietari terrieri, multinazionali, governi corrotti e collusi. La storia colombiana è un campo minato che l’autrice ha conosciuto personalmente con Libera nel 2014. Nonostante le cerimonie ampollose con cui si è messa nero su bianco la parola “pace” dinanzi ai riflettori di tutto il mondo nel 2016, per la popolazione la tregua è ancora lontana. Sono milioni le vittime: di sfollati, i desplazados, nel 2010 se ne contavano 250mila; 8 milioni dal 1985 al 2020; 120 mila i desaparecidos; migliaia i falsos positivos, cioè coloro che dopo essere spariti sono stati dichiarati morti in combattimento, pur non avendo nulla a che fare con la guerriglia. “Una delle particolarità del conflitto colombiano è la contemporanea esistenza di diversi conflitti e di vari gruppi armati, sia legali che illegali”, spiega. All’origine delle guerre c’è l’agognata riforma agraria, chiesta dai contadini e mai concessa.

Dalla nascita del paramilitarismo al narcotraffico. Ci sono avvenimenti più cruenti e significativi di altri, come l’assalto al Palazzo di Giustizia di Bogotá del 1985 o la strage del Mapiripán. “I morti non parlano” li attraversa con la testimonianza di chi li ha vissuti e ne è rimasto vittima. Sparizioni forzate, uccisioni extragiudiziali e sistematiche, il ruolo dei governi: quella che racconta Flavia Famà è una storia che trascende i confini nazionali e coinvolge Stati Uniti, Israele e Italia. Tutti “uniti – racconta – da una lunghissima striscia a tratti invisibile di violenza, sangue e cocaina”. Sono storie che fluttuano nel grande marasma della storia nazionale e internazionale.

La testimonianza. E’ quella di Juan Camilo Zuluaga, figlio di due massimi esponenti del gruppo guerrigliero Ejército popular de liberación; la voce, interna alle Farc, della contadina, diventata guerrigliera e poi parlamentare, Sandra Ramírez; il racconto del rapimento di Íngrid Betancourt, candidata nel 2002 alle elezioni presidenziali. E poi i gruppi paramilitari, il ruolo di Salvatore Mancuso, la collaborazione dei narcotrafficanti con la ‘ndrangheta, le tonnellate di cocaina purissima arrivate nel porto di Gioia Tauro; i casi ancora irrisolti di falsos positivos. Gli attivisti dei diritti umani, le comunità contadine, i popoli indigeni e i sindacalisti, tra le categorie più segnate dalla violenza. “I morti non parlano” è un libro dal titolo eloquente, che ha la forza e una dovizia di particolari tali da riuscire a restituire un volto a chi non lo ha più.

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