8 marzo, la parità tra i sessi è ancora lontana, le donne sono vittime ogni giorno di violenze, abusi, discriminazioni, disuguaglianze

ROMA – Una giornata internazionale delle donne dell’ 8 Marzo che mai come oggi è ispirati a sentimenti di pace, ma che deve ancora una volta rimarcare come la parità tra i sessi sia ancora lontana, e che le donne quotidianamente continuano ad essere vittime di violenza, abusi e discriminazioni. Proprio nel marzo di tre anni fa nasceva Reama, la rete antiviolenza nazionale di Fondazione Pangea Onlus. La rete a oggi conta 34 tra centri antiviolenza, sportelli e case rifugio in tutta Italia, un gruppo giuridico di 22 avvocate specializzate sui temi della violenza, un comitato scientifico di esperte ma anche diverse professioniste (psicologhe, docenti, donne medico, assistenti sociali ecc) che hanno deciso di mettere a disposizione le loro competenze. Nei primi tre anni di attività la rete ha preso in carico circa 4mila donne da Nord a Sud nei centri antiviolenza Reama (di cui 2752 solo nell’ultimo anno) e ha ospitato oltre 600 tra donne e minori nelle case rifugio (di queste 401 nel 2021).

Le vittime di violenza e i servizi per accoglierle. La rete conta oggi, oltre ai 34 centri, anche un gruppo giuridico di 22 avvocate specializzate sui temi della violenza, un comitato scientifico di esperte ma anche diverse professioniste (psicologhe, docenti, donne medico, assistenti sociali etc) che hanno deciso di mettere a disposizione le loro competenze. Nei primi tre anni di attività sono state prese in carico circa 4mila donne da Nord a Sud nei centri antiviolenza Reama (di cui 2752 solo nell’ultimo anno) e ha ospitato oltre 600 tra donne e minori nelle case rifugio (di queste 401 nel 2021).

L’obiettivo dell’autonomia finanziaria. Da anni inoltre la Fondazione si occupa di microcredito e reinserimento lavorativo delle donne in zone difficili e di conflitto come l’Afghanistan o di estrema povertà come l’India. La rete è presente anche in Italia e sono stati attivati percorsi per prevenire e contrastare la violenza economica troppo spesso sottovalutata ma di fatto estremamente ostacolante se si vuole tornare a essere libere. I dati emersi nei giorni scorsi dalla Relazione sul Bilancio di genere parlano di ‘fallimento redistributivo’ del tempo di lavoro e di cura tra uomini e donne che il Covid ha esasperato e raccontano di un Paese dove la cosiddetta recessione al femminile è sotto gli occhi di tutti. L’impatto della crisi generata dalla pandemia è stato particolarmente negativo sulle donne e si è tradotto non solo in una significativa perdita di posti di lavoro in settori dominati dalla presenza femminile, ma anche in condizioni di lavoro peggiori, in una accresciuta fragilità economica, in un conflitto vita-lavoro ancora più aspro del passato e in tante richieste di “part time”, per le donne imposto, che pesano sul loro bilancio economico.

L’Osservatorio Indifesa. La giornata internazionale della donna diventa occasione di riflessione sulla condizione delle ragazze e dei ragazzi della Gen Z: sono oltre 1.700 gli adolescenti coinvolti nell’ Osservatorio indifesa realizzato da Terre des Hommes. I dati parlano chiaro: c’è piena consapevolezza tra i giovani delle diverse forme che può assumere la violenza di genere: il 70% tra le intervistate ha assistito a violenza verbale (insulti e parolacce) e il 53,6% a violenza psicologica contro altre donne o contro se stesse: 4 ragazze su 10 hanno subito violenza fisica, psicologica, sessuale o verbale e il 53% ci dice di subire molestie per strada.

Scuola e lavoro gli ambienti percepiti come pericolosi. Inoltre, il 68,7% di loro pensa che il proprio futuro e le proprie scelte saranno limitate da retaggi culturali maschilisti e retrogradi, pregiudizi e stereotipi. Per il 43,4% delle ragazze la scuola è uno degli ambienti dove avvengono più discriminazioni, o violenza, seguito da social network, mass media (rispettivamente con il 42% e il 35%) e la politica (38%), ma a stupire è soprattutto la percentuale di ragazze che si immagina il mondo del lavoro come luogo più a rischio, il 63,5%. Visto dalla prospettiva delle giovani donne anche il web è un luogo pericoloso, il 65% teme di subire Revenge porn quando è in rete.

“È da piccoli che si diventa grandi”. Sempre in occasione della Giornata, UNICEF Italia, con la campagna #8marzodellebambine, lancia l’iniziativa “No alla Violenza di genere: insegniamolo tra i banchi”, per chiedere l’insegnamento della parità di genere. Con una petizione, l’UNICEF Italia chiede al Ministero dell’Istruzione di consolidare la promozione della parità di genere e la prevenzione della violenza di genere nell’ambito dell’insegnamento dell’Educazione Civica nelle scuole, in sinergia con quanto previsto sia nel nuovo Piano Nazionale d’Azione per l’Infanzia e l’Adolescenza sia nel Piano nazionale sulla violenza maschile contro le donne, di cui anche l’UNICEF ha promosso l’adozione.

L’aumento della violenza di genere. Come testimoniano i dati più recenti, la violenza di genere è aumentata in diversi paesi, soprattutto durante i lockdown legati alla pandemia da COVID-19. Secondo l’ISTAT, nei primi nove mesi del 2021 le richieste di aiuto al “1522” delle vittime tramite chiamata telefonica o via chat sono state 12.305. I dati evidenziano che le misure restrittive alla mobilità, adottate per il contenimento della pandemia, hanno amplificato nelle donne la paura per la propria incolumità. Nei primi nove mesi del 2020 si è osservato, infatti, un aumento delle segnalazioni di violenza in cui la vittima si è sentita in pericolo di vita per sé o per i propri cari (3.583 contro 2.663 nel 2019).

Sono le donne a subire di più il cambiamento climatico. Infine CESVI, che per l’8 marzo concentra l’attenzione sulle donne che nel Sud del mondo lottano ogni giorno contro gli effetti del cambiamento climatico. Sono le donne infatti le più esposte ai fenomeni estremi, dalla siccità alle inondazioni, che si susseguono senza tregua. Tra gli effetti collaterali del riscaldamento globale, vi sono violenza di genere e matrimoni precoci. Secondo l’ultimo rapporto dell’Ipcc, il 40% della popolazione mondiale (oltre 3,3 miliardi di individui) vive in Paesi «altamente vulnerabili al cambiamento climatico» e i disastri dovuti all’innalzamento delle temperature potrebbero spingere sotto la soglia della povertà estrema altri 122 milioni di persone entro il 2030. L’impatto dei cambiamenti climatici non è però lo stesso per gli uomini e per le donne. Queste ultime rappresentano il 70% dei poveri del mondo (1,3 miliardi di persone)e dipendono in misura maggiore per il proprio sostentamento dalle risorse naturali. Nei Paesi a basso reddito il 50% delle donne è impiegato nel settore agricolo ma meno del 15% possiede la terra che lavora. Le donne nutrono il mondo eppure restano in gran parte escluse dai processi decisionali, dall’accesso a credito, servizi e tecnologie.

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