Afghanistan, le donne afgane a Roma contro ogni guerra: loro, che da tanto tempo la conoscono molto da vicino

ROMA – F. aveva 23 anni quando ad agosto è riuscita a salire su un aereo per fuggire dall’Afghanistan, rimpiombato in mano ai talebani. Lei è una delle tante “figlie” di Pangea, era piccolissima quando sua madre ha bussato alla nostra porta a Kabul per seguire un corso di alfabetizzazione e ottenere quel microcredito che le ha poi permesso di aprire una sua attività. Madre e figlia sono diventate negli anni storiche collaboratrici dell’Organizzazione umanitaria, che seguivano negli uffici di Kabul un pezzo importante del lavoro di Pangea. L’arrivo dei talebani ha cambiato tutto, non solo per le due donne, ma per tante altre nostre colleghe, molte delle quali siamo riuscite a mettere in sicurezza con il ponte aereo di agosto. Ora F. studia italiano e sta per iscriversi all’università, il suo futuro ha un volto diverso fuori dal burqua.

Le nemiche numero uno dei talebani. Lei, assieme ad altre donne afghane, sono a Roma, per dire che la Pace si costruisce solo con la pace, con il disarmo, con la riduzione delle spese militari, con la partecipazione delle donne ai processi di pace, con il superamento delle alleanze militari e soprattutto proteggendo le persone. “Pangea conosce bene le conseguenze della guerra e della negazione dei diritti umani – si legge in una nota diffusa dall’organizzazione – perché da 20 anni lavora in Afghanistan con le donne e per le donne in opposizione al regime talebano”. Oggi, dunque, sono qui le donne che sono riuscite a fuggire. Quelle che invece sono rimaste in Afghanistan e che manifestano, come possono, perché ormai consapevoli dei propri diritti, spesso pagano per questo il prezzo peggiore, essendo ormai tutte loro le nemiche numero uno dei talebani.

Sulle donne il costo più alto pagato per la guerra. “Cambiano gli attori, cambia il Paese, ma non la sostanza – si legge ancora nel documento di Pangea – in Ucraina come in Afghanistan sulle donne ricade il costo economico e sociale delle guerre. E in questi giorni che precedono l’8 marzo è doveroso ricordarlo. Uomini mandati a combattere, donne lasciate a morire di fame e a rimboccarsi le maniche di fronte a un disastro umanitario. Le guerre si fanno sempre sui corpi delle donne, le rendono povere e invisibili, perché rendono invisibile qualsiasi altro attore a parte i governi, gli eserciti e gli uomini che sono in guerra”.

La pace e il ruolo delle donne. “E’ dunque fondamentale riconoscere il ruolo delle donne nei processi di pace e nella risoluzione dei conflitti – dice Simona Lanzoni, vicepresidente di Fondazione Pangea Onlus – un ruolo spesso taciuto o trascurato, perché le guerre storicamente vengono raccontate al maschile. La realtà dei fatti ci racconta il contrario, di un ruolo attivo e centrale delle donne in questi percorsi, tanto che la stessa legge 1325 le riconosce non solo come vittime ma anche come agenti di ricostruzione di società e mediatrici dei processi politici. È fondamentale cogliere questo aspetto quando si parla di conflitti – ha aggiunto – venti anni di lavoro di Pangea in Afghanistan con le donne ce lo hanno dimostrato: la pace si costruisce con la pace. La guerra distrugge, annienta, uccide, e chi paga il prezzo più alto sono sempre le donne e i bambini”.

Il lavoro di Pangea in Afghanistan. Dal gennaio scorso è attiva la distribuzione a 7.000 nuclei familiari afghani (che comprendono ben 60.000 bambini) di altrettanti pacchi viveri contenenti 50 kg di farina, 7 kg di fagioli, 10 litri di olio, 21 kg di riso, 7 kg di zucchero, un sacco di materiali per il riscaldamento, sapone per lavarsi, per aiutarli a vivere e a superare il durissimo inverno afghano e abbiamo aperto 7 case rifugio.

 

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