Disabili, Il viaggio della piccola Veronica, da Kiev ad Assisi per continuare a vivere

ASSISI – Troverà all’Istituto Serafico di Assisi quel percorso di cura e riabilitazione che in Ucraina, a causa della guerra, non le è più possibile. Questa è la storia della piccola Veronika D,  una bambina di quattro anni di Kiev che, a causa di un arresto cardiaco prolungato e di un conseguente coma, da due anni versa in una situazione estremamente delicata; non può muoversi, ha bisogno di un sondino per nutrirsi e ogni giorno lotta per sopravvivere. La guerra che ha sconvolto l’Ucraina nelle ultime settimane ha portato alla ribalta le immagini degli ospedali colpiti dalle bombe e delle tante persone costrette a cercare rifugio in bunker improvvisati. Tra queste, quelle dei bambini che, a causa di disabilità gravi, si trovano da sempre in una situazione precaria oggi resa ora ancora più difficile dalla guerra.

Se la solidarietà corre veloce. La storia di Veronika è una di quelle, ma l’epilogo dimostra che la solidarietà corre veloce, e da Kiev ad Assisi ha impiegato solo pochi secondi: quando Francesca Di Maolo, presidente dell’Istituto, è venuta a conoscenza della situazione in cui versava la piccola grazie alla segnalazione dell’Ufficio Salute della Cei ha immediatamente manifestato la disponibilità ad accogliere quanti più bambini possibili facendo di tutto affiché Veronika potesse arrivare con tutta la sua famiglia nella struttura di Assisi, accendendo così una luce di speranza tra le tante immagini di morte, macerie e distruzione. Proteggere la vita più fragile e indifesa è infatti ciò che gli operatori del Serafico compiono ogni giorno, nella consapevolezza che anche nel corpo più ferito c’è una vita degna di essere vissuta se c’è accanto qualcuno che ti sa amare. La struttura, infatti, è una realtà sanitaria attiva dal 1871 nell’ambito della riabilitazione per bambini e ragazzi con disabilità gravi e gravissime.

Ora Veronika è al sicuro. E’ circondata dall’amore della sua famiglia e di tutta la grande ‘famiglia’ del Serafico: “Casa mia adesso è qui, dove sta bene mia figlia, dove viene seguita e non viene considerata uno scarto come accaduto fino a ora”. Yevhen, il papà della piccola, sa perfettamente quali siano le priorità che da adesso in poi guideranno le scelte che lui e sua moglie Olha dovranno prendere per il futuro della loro famiglia. Lo racconta con la fermezza e la serenità di chi ha messo davanti a tutto la vita di sua figlia. Lo strazio di questa famiglia (oltre a Yevhen, a Olha e alla piccola Veronika ci sono anche i fratelli Vlada, di 14 anni, e Nazar di sei) è iniziata lo scorso 24 febbraio a Kiev, primo giorno dell’invasione armata.

Il racconto del padre. “Vivevamo per un mese a Dnipro, la nostra città, e uno a Kiev dove Veronika seguiva una serie di terapie in una clinica privata. Per pagare l’affitto della casa e le cure facevo due lavori: avevo un negozio di accessori per telefonia e nel tempo libero facevo anche il tassista” spiega Yevhen. Due lavori che però non bastavano per le costosissime cure della piccola, tanto che la famiglia aveva lanciato un appello sui social raccolto da numerosi connazionali: proprio grazie alla generosità degli ucraini, infatti, gli è stato possibile raccogliere i fondi necessari alle terapie. Poi, all’improvviso, la guerra: “E’ scoppiata nel nostro ultimo giorno a Kiev; l’allarme antiaereo è scattato alle 5.30 del mattino: noi avevamo l’appuntamento finale del ciclo di cure alle 10”, prosegue Yevhen, visibilmente emozionato mentre ripercorre quei giorni bui. “Non abbiamo potuto completare le terapie e siamo tornati a Dnipro per trovare qualcuno in grado di aiutare Veronika” aggiunge, mentre Olha è ancora troppo provata per parlare”.

Impossibile trovare medici. Prosegue la testimonianza: “Settimane in cui anche solo contattare un medico è stata un’impresa impossibile “ed è per questo che siamo andati a Ovest: la nostra priorità era trovare le medicine e gli alimenti per Veronika: senza quelli era impossibile pensare di muoversi”. Ma con le farmacie vuote e gli ospedali in stato di emergenza ci sono voluti giorni e giorni per mettere insieme i medicinali necessari. Poi, appena è stato possibile, hanno viaggiato verso Ternopil a Ovest. Ma la guerra li ha raggiunti anche lì: Yevhen e la sua famiglia quindi, grazie a una parente in contatto con il Segretario dell’Arcivescovo Maggiore di Kyiv-Halyc, hanno trovato un link con il Serafico. Il viaggio per raggiungere l’Umbria non è stato semplice: “Abbiamo dovuto attraversare il confine ungherese e Veronika, con la malattia che la costringe a vivere sdraiata, ha affrontato il viaggio sulle gambe di mia moglie, mentre io guidavo. Ho guidato per almeno dieci ore di fila….” racconta Yevhen. “Ma non potevamo fermarci anche se la stanchezza stava prendendo il sopravvento: dovevamo arrivare prima possibile qui, dove qualcuno avrebbe potuto garantire le cure e l’assistenza necessaria a Veronika”.

Una speranza restituita. “L’arrivo di questa famiglia al Serafico è stato commovente – racconta la presidente Di Maolo – perché tutta la tensione di quelle giornate difficili in cui sapevamo che la piccola era in viaggio, si è sciolta nell’abbraccio con Nazar, il fratellino di Veronika”; un contatto umano che ha superato la barriera linguistica, restituendo a questa famiglia proprio quella speranza che nelle atrocità della guerra viene sempre spazzata via. “Quando abbiamo steso sul letto Veronika – ha aggiunto la presidente – suo fratello le si è seduto accanto e mentre noi, con l’aiuto della nostra interprete, parlavamo con i loro genitori, lui le teneva la manina e la baciava ripetutamente: sono immagini che non scorderemo mai. Dopo tanta guerra, distruzione, e morte, finalmente un’immagine di vita che vince a dispetto di ogni guerra, di ogni limite e di ogni malattia”.

 

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