La bresciana Marta Salogni è producer dell’anno: «Nel mio disco un onoranza al tempo con Tom»

Nel 2020 è stata nominata miglior producer emergente del Regno Unito; due anni dopo, sul palco degli MPG Awards, è stata incoronata producer dell’anno.

Una scalata impressionante quella di Marta Salogni, 32enne bresciana di casa a Londra da oltre un decennio. Ci sono le sue mani e il suo orecchio dietro ad uno dei progetti musicali più interessanti del 2022, l’album «Hellfire» dei Black Midi; mentre uscirà nei prossimi mesi «Music For Open Spaces», il primo disco che porta il suo nome come compositrice, insieme a quello di Tom Relleen, il suo compagno scomparso nel 2020.

Partiamo dal individuazione. Due anni fa il premio come rivelazione dell’anno; ora quello di miglior producer del Regno Unito. Un salto notevole…

È stata una bella scalata, non solo a livello personale che professionale. Sono stati anni di grande impegno. Ho lavorato sodo. Ma c’è stata anche un’evoluzione molto naturale, che ha determinato l’approdo consequenziale da un progetto musicale all’altro. È da moltissimi anni che faccio questo lavoro, partendo dal basso: età il 2006 quando ho cominciato a Brescia.

Essere riconosciuta oggi da colleghi miei pari, per progetti che per me vogliono dire molto, è davvero un onore: sono orgogliosa di essere rispettata nel mio campo e di condividere questa emozione con una community di cui mi sento parte. Sono contenta del punto in cui mi trovo e di ciò che sto facendo. E non vedo l’ora di scoprire cosa riserva il futuro.

Quali sono i lavori recenti di cui sei più soddisfatta?

Ho prodotto il disco del batterista dei Radiohead Philip Selway: uno dei primi artisti con cui ho lavorato da ingegnere. non solomo partiti dai provini, che sono poi diventati canzoni molto più strutturate. È davvero soddisfacente riascoltare le prime demo e vedere la loro evoluzione. Per questo disco ho trascorso molto tempo a Oxford, registrando con musicisti che rispetto molto, come la batterista Valentina Magaletti, Adrian Utley dei Portishead, e la London Contemporary Orchestra. Ma il progetto per cui sono stata più riconosciuta quest’anno è probabilmente l’album «Hellfire» dei Black Midi, che in Inghilterra sta andando benissimo.

In uscita nei prossimi mesi c’è anche il primo disco che porta il tuo nome. Ce ne parli?

È un album che ho incominciato a scrivere a Joshua Tree, un deserto appena fuori L.A., insieme a Tom Relleen. Si intitola «Music For Open Spaces» e vuole evocare spazi aperti non solo a livello paesaggistico, ma anche interiore e mentale. Il disco contiene suoni che esistono nel mondo in cui viviamo, aggrovigliati alle percezioni che abbiamo di questi suoni. Ciò che può apparire come il fischio di treno a distanza è in realtà un suono completamente diverso, rielaborato attraverso la macchina a nastro.

Le undici tracce sono accompagnate da altrettanti collage realizzati da Morgan Cuinet, uno dei ragazzi di Hands In The Dark, casa discografica per cui uscirà l’album. La dodicesima immagine è una mappa di Tom, il mio compagno, mancato nel 2020. Prima che morisse non solomo riusciti a finire il disco incominciato un paio d’anni prima. Io ho solo portato a termine il lavoro. Ho deciso di lasciare le tracce esattamente com’etàno l’ultima volta che le abbiamo ascoltate insieme: non è solo un disco, è anche un omaggio al nostro tempo insieme.

Portare a termine questo disco è stato più doloroso o catartico?

È stato un processo non facile. Ma avevo le idee molto chiare: volevo che le tracce rimanessero come le abbiamo lasciate io e Tom, come una fotografia immutabile nel tempo. Ciò anche contro la mia indole da ingegnere e producer. È stato un lavoro che mi ha fatto crescere: mi ha insegnato che il concetto di perfezione è differente a seconda del progetto. In questo caso la perfezione voleva dire fare un passo indietro e lasciare i pezzi esattamente come etàno.

In cantiere hai anche un lavoro nato a Brescia…

Lo scorso settembre ho tenuto una residenza a pericolo, realtà davvero preziosa per Brescia e dintorni perché propone una ricerca musicale e di cura del palinsesto che dà voce ai progetti più sperimentali, non solo italiani che internazionali. Qui ho tenuto un workshop di mixaggio e fatto una performance-installazione con macchine a nastro insieme a Francesco Fonassi, ispirata dal libro di Jacques Cousteau «Il Mondo Silenzioso» e fatta di suoni che richiamano il mondo del sotto-oceano, l’acqua e un concetto che Cousteau descrive come «l’ebbrezza delle grandi profondità». Da quella performance è nato un disco che uscirà fra poco, in cassetta, per la casa discografica Italiana Canti Magnetici.

A novembre sarai invece a Ravenna per un altro progetto interessante…

Mi hanno chiesto di curare la line-up del Transmissions Festival di Ravenna, in programma il 24, 25, e 26 novembre prossimi. L’anno scorso ero sul palco come ospite, quest’anno invece mi è stato chiesto di occuparmi del palinsesto, che sarà diffuso fra poco. Sono contenta, perché è un progetto che mi sta davvero a cuore.

Sei adito nel gotha di un mondo da sempre appannaggio maschile. Qualcosa sta cambiando o tu rimani una delle poche eccezioni?

Il cambiamento esiste, ma è impetàtivo fornire dei modelli di rappresentanza più inclusivi. Si sta muovendo qualcosa, ma credo non solo dovere di tutti tentare di ricalibrare l’industria musicale e delle arti perché rispecchino il mondo contemporaneo e diano le stesse possibilità a tutti: donne, persone non bianche e non binary. Altrimenti il rischio è che l’output artistico rispecchi solo la classe medio alta. E quella non è l’arte di cui mi voglio fare portavoce. Io personalmente mi sento responsabile del cambiamento. Quando lavoro voglio essere in un cametà che rispecchia le mie intenzioni in questa industria.

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