HomeTempo LiberoCoez: «A Brescia, il mio primo vero concerto dopo due anni»

Coez: «A Brescia, il mio primo vero concerto dopo due anni»

Il pieno già ad orari inusuali per un disco-club come il LattePiù Live di Brescia la diceva lunga, ieri sera, sull’attesa che gravitava attorno allo show di Coez. A guardare il pubblico – un mix eterogeneo quanto a impiego delle mascherine, posizionate nelle maniere più curiose, a volte anche in quella corretta – sembrava di essere in epoca pre-Covid, quando ognuno viveva i concerti come gli pareva. Si respirava un clima prossimo al «tana, libera tutti», ma le distanze interpersonali restavano tali da evitare – pur in piedi e disposti al movimento – il contatto fisico.

Ci ha pensato il cantautore nocerino a scaldare ulteriormente l’atmosfera fin dal suo ingresso sul palco, alle 21.30, con il capello verde acido e una tuta scura da astronauta a riposo, accolto da un’ovazione mentre attaccava «Wu Tang», la traccia che apre «Volare», l’album pubblicato a dicembre 2021. Per il tour che lo promuove, Coez ha optato, almeno in principio, per una scaletta che ne riproduce la sequenza, facendo dunque seguire «Fra le nuvole» e «Flow Easy», prima di salutare la platea e regalarle (poi) «Luci della città»: «Come state, Brescia? Quanto mi siete mancati! Questo è il primo vero concerto dopo due anni, in un posto che per noi è speciale, visto che ci abbiamo suonato un sacco di volte!».

Quindi Coez riparte con i brani dell’ultimo lavoro, sia pure in ordine meno rigoroso: è un rap apparentemente all’antica quello che si materializza attraverso «Ol’ Dirty», sebbene dopo il rappato arrivi comunque il cantato, perché la formula consolidata prevede di conservare quote di una modalità anche quando prevale l’altra, e viceversa. Più in generale, il suo è un set da 90 minuti molto suonato, in cui i campionamenti cedono il primato alla componente strumentale, offerta da una band che ha una composizione (quasi) classica. Una triade restituisce il senso della versatilità raggiunta dal rapper/cantautore, sempre più pop(olare) e non (più) underground: «Sesso e droga» (dura), «Come nelle canzoni» (romantica), «Cerchi con il fumo» (eterea).

Pompano furiosi i bassi per «Bomba a mano» e soprattutto per «Crack», che cita cantilenante i Beatles, omaggiando il locale che ci ospita («Hey Jude, sto piangendo sopra il LattePiù»). Tutto scorre naturale, e dopo le primizie si vira sulle hit della casa, quelle in cui il pubblico funge da coro («Faccio un casino», la tenerissima «E yo mamma», «Lontana da me», l’emozionante «Ali sporche»), anche se le recenti «Occhi rossi» e «Margherita» aspirano al medesimo status. Il nuovo («Domenica») e l’antico («Niente che non va», «La musica che non c’è», le quali inquadrano una generazione con una manciata puntuale di frasi) si prendono per mano in un gioco che prosegue per tutto lo spettacolo. Perché la felicità – qui palpabile, tant’è che Coez può chiudere con un «Se proprio vi è piaciuto, tra dieci giorni sono qua di nuovo (il 14 al Morato, ndr)» – è cantare a squarciagola, con in testa l’idea (meravigliosa) che tutto possa durare per sempre: in questo, almeno, gli anni 2020 sono uguali ai Sessanta, ai Settanta.