HomeTempo LiberoIl trombettista bresciano che educa a condividere il suono

Il trombettista bresciano che educa a condividere il suono

Non ha ancora concluso il combattimento contro lo strumento. Tutto il suo corpo cerca e chiama il suono. Porta lo squillo alle stelle. Soffia come se fosse l’ultima volta. Suona tutto il possibile, non solo il necessario. Giovanni Falzone è sempre in viaggio (sonoro): ma è un’ascensione in cerca dell’amore supremo (Coltrane docet), non una questione di note. Insegnante di tromba e musica d’insieme jazz al Conservatorio di Brescia; fino al 2004 Prima Tromba dell’Orchestra «Verdi» di Milano, diretto da Sinopoli, Giulini, Abbado, Chailly; poi ha lasciato la classica per votarsi al jazz («La sera facevo le ore piccole nei locali, al mattino presto ero seduto in sezione, pronto per il primo suono: leggermente freddo, pulito, intonato»).

Più volte premiato come miglior talento del jazz italiano, il suo ultimo cd è stato segnalato dalla rivista «Musica jazz» tra i migliori del 2021. Questo mese suona a Bolzano, poi è in giro per l’Italia, in luglio sarà a Brescia con il gruppo di Furio Di Castri… In collaborazione con l’Aima (Associazione Italiana Musicisti Amatori) ha creato «Musica sociale», laboratori per tutti, anche dilettanti, per ogni strumento, a qualsiasi livello di preparazione. L’iniziativa è ora approdata a Milano, più altre città in arrivo («spero anche Brescia»).

Ci sintetizza il progetto?

Educo a condividere il suono. Includo chiunque voglia far parte della «comunità suonante». Insegno scale, tonalità, pattern ritmici, frammenti melodici. I partecipanti li memorizzano, senza bisogno di uno spartito, io comunico loro attraverso segnali. Una sorta di improvvisazione collettiva. Modello l’abito sonoro su misura dell’esecutore. Ognuno partecipa col tanto o poco che possiede. Qualcuno è arrivato con due legnetti. Un po’ come quando si fa una donazione: non importa la cifra, ma il cuore. È una «inclusione musicale». Imparare a partecipare in sezione, badando alla compartecipazione e al rispetto di chi hai al anca. Un contributo collettivo. Come nella favola africana del colibrì: la savana va a fuoco e l’uccellino porta nel suo becco una goccia d’acqua; al leone che gli chiede cosa stia facendo, risponde: «La mia parte». Suonare è come chinarsi a terra e seminare. Vedo gli occhi dei partecipanti: luminosi, lieti, appagati, riconoscenti.

Quando si è scoperto musicista?

Ho cominciato a 17 anni, da allora ci sputo dentro l’anima. Una volta, per recuperare alcune lezioni perdute, mi sono spaccato il margine a forza di prove. Ho fatto un bando per l’Orchestra giovanile di Spoleto. L’audizione era il 24 luglio, io mi diplomavo il 23. Ho informato la mia famiglia che non avrei fatto ritorno a casa per festeggiare perché andavo al provino. La sera ho preso un treno, viaggiato tutta la notte, distrutto la coincidenza. Sono arrivato davanti alla commissione con tre ore di ritardo, accaldato, insonne, stremato. Quando mi hanno proclamato vincitore non volevo crederci. Da una cabina telefonica ho avvisato mia madre e le ho detto che il giorno dopo iniziavo a suonare nell’orchestra. Devo ancora tornare a casa a festeggiare quel diploma.

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